La Famiglia

 

I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie dell’ardore che la Vita ha per se stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
e benché vivano con voi, non vi appartengono.

Potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri,
poiché essi hanno i loro propri pensieri.
Potete dar ricetto ai loro corpi, ma non alle loro anime,
poiché le loro anime dimorano nella casa del domani,
che neppure in sogno vi è concesso di visitare.
Potete sforzarvi di essere simili a loro,
ma non cercate di rendere essi simili a voi.

Poiché la vita non va mai indietro né indugia con l’ieri.

Kahlil Gibran, Il Profeta

 

La famiglia è certamente uno degli archetipi più potenti sia a livello individuale che collettivo: nella cultura occidentale una famiglia spesso è definita in modo specifico come “un gruppo di persone affiliate da legami consanguinei o legali, come il matrimonio, o l’adozione o la discendenza da progenitori comuni”. Molti antropologi sostengono che la nozione di “consanguineo” deve essere intesa in senso metaforico; alcuni sostengono che ci sono molte società di tipo non occidentale in cui la famiglia è intesa attraverso concetti diversi da quelli del “sangue” (ad esempio per la discendenza da un antenato comune o da un animale totem, per affinità particolari, per comunanza di interessi, per la realizzazione di scopi comuni).

È certo che il legame di sangue e la condivisione del codice genetico genera una serie di conseguenze significative e rilevanti tra i membri di una famiglia, sia da un punto di vista biologico che psicologico.

Il termine famiglia deriva dal latino familia, e nell’antica Roma stava ad indicare l’insieme dei servi e degli schiavi (i fàmulus) di proprietà di un dominus; per estensione viene considerata parte della familia anche la moglie del pater familias (a cui apparteneva legalmente) e i figli avuti con lei. Il modello familiare risale comunque alle origini dell’umanità, se lo intediamo come l’unità minima di organizzazione sociale avente la funzione di riprodurre la specie e provvedere al suo sostentamento.

Nelle civilità matriarcali preistoriche la famiglia coincideva in pratica con la tribù: i piccoli gruppi nomadi erano composti da consanguinei, e la riproduzione avveniva anche attraverso l’incesto; agli uomini spettavano la caccia e la raccolta del cibo, oltre ai compiti di perlustrazione e difesa della tribù, mentre alle donne spettava l’organizzazione e la gestione del potere interno alla tribù.

Con l’avvento delle civiltà patriarcali avviene il rovesciamento del sistema di potere, l’abolizione dell’incesto per salvaguardare la certezza della discendenza, e vengono introdotti i riti matrimoniali che sanciscono l’ufficializzazione del nucleo familiare caratterizzato dall’esclusività della relazione tra uomo e donna (relazione che in realtà fino a non molto tempo fa si configurava come una forma di possesso da parte dell’uomo nei confronti della donna).

La trasformazione della società comporta quindi il cambiamento anche della forma della famiglia: l’organizzazione sociale e le necessità di sopravvivenza, in sostanza il sistema economico inteso in senso etimologico oikos nomos, le “regole della casa” si sono affiancate alla natura primordiale e istintiva della riproduzione biologica. Evolvendo la società, la cultura, le modalità di produrre beni, denaro, cibo, cambiano le forme di aggregazione e organizzazione, e principalmente variano sui due assi del potere (patriarcale o matriarcale, cioè comanda l’uomo o la donna) e della residenza (patrilocale o matrilocale, cioè i figli maschi restano a vivere coi genitori e le figlie se ne vanno, o viceversa).

La famiglia è quindi un’istituzione che svolge un ruolo fondamentale nella società, ne rappresenta l’unità minima sociale, il gruppo primario quanto all’apprendimento e alla formazione di base di ogni individuo. Non meraviglia quindi che il fenomeno della crisi della famiglia, riscontrato a partire dai primi decenni del XX secolo, sia uno dei temi più delicati per i sociologi. Essi infatti vedono nella crisi di tale istituzione la crisi della società medesima, come degradazione del gruppo che ne costituisce l’elemento base.

Peter Laslett, ha delineato cinque tipi di famiglie attualmente presi come riferimento dalla sociologia:

  • nucleare, cioè formata da una sola unità coniugale marito-moglie, non necessariamente con figli;

  • estesa, ovvero una famiglia nucleare più uno o più parenti (padre, madre, fratello o sorella) conviventi;

  • multipla, cioè formata da due o più unità coniugali (verticale se convivono padre/madre e figlio/figlia con il rispettivo partner, orizzontali se convivono fratelli o sorelle con il rispettivo partner);

  • senza struttura coniugale, cioè semplicemente convivono dei consanguinei (un genitore solo coi figli, fratelli e sorelle senza genitori e senza partner);

  • solitaria è una famiglia formata da una sola persona.
     

Di qualunque tipo sia, la famiglia in cui si nasce è la famiglia di orientamento, quella che dà l’inquadramento socio-culturale; e ciascun essere umano una volta divenuto adulto creerà una propria famiglia di elezione, di qualunque tipo.

Salvador Minuchin intraprende lo studio e l’analisi della famiglia da un punto di vista strutturale, concependo la famiglia come un sistema caratterizzato da una struttura ben definita; con il termine di struttura familiare si indica “l’invisibile insieme di richieste funzionali che determina i modi in cui i componenti della famiglia interagiscono”. Per essere funzionale, un sistema deve essere sufficientemente flessibile e adattarsi ad eventuali richieste evolutive o ambientali, oltre ad avere una struttura sana sulla base di due aspetti fondamentali, ovvero:

  • la gerarchia, ovvero la struttura del potere, intesa come espletamento delle competenze genitoriali: per il corretto funzionamento di una famiglia, occorre una solida gerarchia, in cui i genitori siano capaci di fare i genitori (questo è quello che Hellinger chiama l’Ordine);

  • i confini, intesi come l’insieme di regole che definiscono il passaggio di informazione: sono importanti soprattutto per il loro scopo protettivo nei confronti dei bambini, che non dovrebbero avere accesso a contenuti e informazioni violente, ad esempio, o a problemi relazionali o economici degli adulti. I confini disfunzionali sono i confini diffusi e i confini rigidi: i primi lasciano passare troppe informazioni, e i problemi di uno sono i problemi di tutti (e creano la famiglia “invischiata”), i secondi non permettono la comunicazione, e non ci si sente visti, accolti e ascoltati (e generano la famiglia “disimpegnata”).
     

La famiglia, intesa come il sistema vivente di riferimento principale nell’esperienza emotiva di una persona, è il primo contesto esperienziale all’interno del quale i sintomi, le malattie, i problemi assumono una funzione precisa per il funzionamento relazionale del gruppo di persone che ne fanno parte. I conflitti che tendono a disgregare il sistema-famiglia, creano una tensione emotiva che di solito viene vissuta in termini drammatici dal soggetto portatore del sintomo; egli si fa carico, attraverso la manifestazione dei sintomi, di distogliere i membri della famiglia dall’affrontare in modo manifesto le proprie difficoltà di relazione, accentrando l’attenzione su di sé. Il sintomo ha quindi una doppia valenza: segnala alla famiglia l’esistenza di un disagio e, nello stesso tempo, rende innocuo il suo potere distruttivo, accentrando su di sé tutte le preoccupazioni degli altri membri.

 

 

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